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Tumore ovarico BRCA mutato: 3 anni di sopravvivenza senza malattia con Olaparib in prima linea

Tre anni di sopravvivenza senza malattia nel 60% delle pazienti di tumore ovarico avanzato: questi gli incoraggianti risultati dello studio di fase III SOLO 1, che ha testato l’efficacia del Parp inibitore Olaparib somministrato per due anni dopo la chemioterapia standard e la chirurgia citoriduttiva.

Lo studio ha coinvolto 390 donne (in Italia, dove è stato arruolato il maggior numero di partecipanti, hanno partecipato lo IEO di Milano e il Policlinico Gemelli di Roma) ed è il primo trial in doppio cieco, randomizzato, prospettico di fase III ad aver valutato il trattamento di mantenimento con olaparib in prima linea, in pazienti con carcinoma ovarico neo diagnosticato (stadio FIGO III-IV) e portatrici di mutazione BRCA 1 e 2. Questa mutazione è presente nel 25% dei casi di tumore ovarico.

Dopo la diagnosi, le partecipanti avevano tutte eseguito il trattamento standard, ovvero la chemioterapia a base di platino e taxani e una chirurgia cito-riduttiva ottimale (essenziale per asportare tutta la massa neoplastica presente e punto strategico della cura). Sono poi state suddivise in due gruppi, seguite in media per 41 mesi: 130 hanno ricevuto placebo, 260 hanno assunto il farmaco in pastiglie Olaparib, appartenente alla categoria dei PARP inibitori.

“Nel  60% delle donne trattate con olaparib la sopravvivenza libera da malattia ha raggiunto i tre anni mentre nel gruppo di controllo è stata di circa 13,8 mesi. – afferma Nicoletta Colombo, direttore dell’Unità di Ginecologia Oncologica Medica all’Istituto Europeo di Oncologia (Ieo) di Milano e professore associato di Ostetricia e Ginecologia all’Università degli Studi di Milano-Bicocca - Non c’è mai stata una tale risposta contro il cancro ovarico e questi dati probabilmente cambieranno il nostro modo di curare le malate fin dalla prima linea di trattamento».

I risultati dello studio fanno pensare che oltre il 50% delle donne trattate con Olaparib saranno ancora libere da progressione a 4 anni dalla diagnosi.

«È presto per poter dire che abbiamo fermato l’avanzare della malattia in modo definitivo – sottolinea Colombo -  ma possiamo certo dire che abbiamo fatto un passo avanti notevole, con una buona qualità di vita per le pazienti. Perché la cura viene ben tollerata, con pochi effetti collaterali (i più gravi sono stati fatigue, anemia e nausea)».

I benefici di Olaparib, che viene somministrato per via orale in compresse,  sono già ampiamente conosciuti nelle recidive di malattia delle pazienti BRCA mutate. Lo studio SOLO-1, è andato ad esplorare per la prima volta gli effetti di olaparib come terapia di mantenimento, subito dopo chirurgia e chemioterapia, nelle forme tumorali neo diagnosticate, in fase avanzata (fase III-IV), BRCA mutate, con una risposta clinica parziale o completa dopo chemioterapia.

Viene riconfermata  quindi la necessità di sottoporre al test BRCA tutte le pazienti di carcinoma ovarico al momento della diagnosi.
“Lo sapevamo già – afferma il professor Giovanni Scambia, presidente della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia,  direttore scientifico dell’IRCCS Fondazione Policlinico A. Gemelli e direttore del Dipartimento ‘Scienze della salute della donna e del bambino’ del Policlinico Universitario A. Gemelli - ma i risultati dello studio SOLO-1 lo ribadiscono ulteriormente. In Italia il test si sta diffondendo, ma adesso c’è anche il problema della velocità con il quale viene realizzato. Questo perché, dovendo impostare la terapia di prima linea, è necessario che il test venga effettuato entro un mese dall’intervento chirurgico, in modo di conoscere lo stato mutazionale BRCA, che condizionerà il trattamento successivo di queste pazienti.”

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